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Simbia diarypiù o meno giorno per giorno, notte per notte, il tutto per tutto |
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October 02 Trista comunicazioneMI SPIACE DAVVERO TROPPO!!!
MA QUEL CAVOLO DI FIREWALL MI HA BLOCCATO NON SO PERCHE' L'ACCESSO A MSN E WINDOWS LIVE
QUINDI MIO MALGRADO
MI TROVO A NON POTER SCRIVERE TROPPO SPESSO SU QUESTE PAGINE
ECCO IL MOTIVO DELLA MIA LATITANZA.. SIGH
MA SONO SICURA CHE NEI PROSSIMI DECENNI RISOLVERO' QUESTO PROBLEMA
INTANTO STATEMI TUTTI BENE
IO STO BENE, BENISSIMO, UNA FAVOLA
... COME AL SOLITO DISOCCUPATA February 09 SalutiNella stessa giornata
gioia e tristezza nel cuore
non ho voglia di grosse parole
solo....
BENVENUTO FEDERICO!!
ma sopratutto doveroso
e sofferto
ADDIO INIGO
addio amico... February 01 Incroci....Gli incroci che il fato ci mette davanti
son straaaaani a volte
stabile come non mai nel mio lavoro
anche se borbottosa, fino ad un mese fa
ora direi che sono un cantiere aperto
la mia posizione l'ho persa
in vista di un avanzamento di carriera a quanto pare ma.......
torna l'università ad incombere
chiede uno sforzo di responsabilità
per essere portata a termine..
... e chiede TEMPO!!
Non ho tempo, così come sto
non ne ho neppure per lavarmi i capelli!!
E quindi che faccio?? Mollo??
Qualche giorno ancora per riflettere....
qualcosa lo devo purtroppo mollare
studio o lavoro??
Per fortuna i soldi in questo momento non mancano
ma prima o poi finiranno!!
Intanto arriva una proposta dal nord,
o meglio dall'america, mi sento troppo confusa
Sembra di essere a un incrocio
al centro di Napoli
con il cretino che fa il furbo e si infila
la panda dietro che bussa perchè sta per scattare il verde
( finalmente ho capito come si fa a saperlo prima!!
basta guardare il semaforo pedonale della strada
alla quale la tua si incrocia)
Ed io imbranata come al solito
non riesco ad ingranare la prima
devo fare qualche lezione di guida
sul serio!! Sono una frana in macchina
anche in questo mi sento estremamente
DONNA!!
Apriamo un sondaggio:
Lavoro o Università???
Vi do qualche elemento:
lavoro carino, mi permette di arrivare a fine mese, ma niente di più
mi occupa l' intera giornata, possibilità di miglioramento... poche
università interessante, impegno variabile ma comunque costante
esami mancanti 9..... il mio sogno concluderla
anche perchè verso ormai da 13 anni circa 1000 € all anno!!
November 15 Un messaggio.. un salutoBeh è davvero molto che non scrivo su quete pagine
e non riesco a capire come ancora questo posto venga ancora tanto visitato...
a coloro che intanto sono passati e hanno lasciato un segno o un punto di domanda prima di tutto un
grazie
e poi un minimo di spiegazione
mi sono un po' persa nella vita che non va come ti aspettavi
eventi luttuosi....
pc che non collaborano
pochi soldini e un lavoro che mi leva forze e tempo
non diventerò per questo più noiosa
non riesco ad esserlo per natura
al massimo sto in silenzio
come in questo lungo tempo
ma se riprendo a parlare
lo spirito sarà lo stesso
perchè io rimango la stessa capa di m...
nonostante il periodo di pupù
( giusto per rimanere in tema )
a presto quindi!!
September 04 Lettera di un amicoAvevo intenzione di raccontarti un po delle mie esperienze. Ho imparato tante cose. Ho imparato a piangere ma, soprattutto, a ridere. Una risata contagiosa, una festa. L’importanza di un dialogo , di una presenza, dell’amicizia e dell’essenza dell’uomo. Voglio raccontarmi un po’, spero senza annoiarti . Il mio primo giorno in missione. Intanto si riempì di bambini. Mi giravano intorno, era un invasione. Si sedettero davanti a me, formarono delle fila e, zitti, mi guardavano. Stavano decidendo se gli piacevo. Mi raccontarono che questi bambini non amano parlare. Non sono abituati, le madri hanno poco tempo per parlare con loro. In media una mamma africa mette al mondo un figlio ogni due anni, il primo a 14 – 16 anni, l’ultimo a 40 anni. In totale 12 – 14 figli. Almeno due di questi bambini, quando tutto va bene, muoiono prima di aver festeggiato il quarto compleanno. C’è un unico periodo sereno per chi sopravvive e per chi morirà, quello trascorso sulla schiena della madre. Avvolti in qualche straccio, fanno chilometri per trovare l’acqua, zappare la terra. Poi superati i primi due anni di vita “felice”, diventano grandi. Da Neonato ad adulto, non c’è infanzia per loro. Si ritrovano soli, bambini con bambini. Cucinano pasti improbabili e aspettano che diventi sera. Aspettano. Li ho imparato una cosa importantissima: “IL SEGRETO E’ NEL SAPER ATTENDERE.” .Non sanno lamentarsi, non sanno fare capricci. Aspettano e basta. Aspettano la sera, il giorno la morte. In gran parte dell’africa si muore di tubercolosi, di malaria, di dissenteria, di malnutrizione, di colera, di sete, ancora oggi si muore. Muoiono le madri a 30 anni infiacchite dalle ripetute gravidanze, muoiono i bambini. Soprattutto i bambini. Muoiono tre o quattro bambini su dieci. Di quelli che restano alcuni diventano ciechi per carenza di vitamina A. Bambini con un destino segnato, bambini per i quali raggiungere i quarant’anni è un sogno audace, irrealizzabile. E’ di gran lunga più facile morire e morire presto. Si, la verità nascosta dietro il mio viaggio emerse con forza. Io partii alla ricerca di nuove frontiere, di me stesso, forse di un vecchio amico che non sentivo da tanto tempo, uno che pare si chiami Dio. Arrivato in Tanzania ho conosciuto tante persone, tanti bambini, tante donne, tanti malati; tanti. Troppi , che non sono più i tanti di ieri, ed oggi non saranno i tanti di domani. Tra tanti ho conosciuto un bambino , che ha deciso di fidarsi di me, mi ha consegnato, insieme ai pidocchi, mille paure, mille complicità. Niente capricci, niente pigrizie, AKUNA MATATA, nessun problema. Ai bambini come lui non è consentito. Essere grandi in Africa è un dovere. La registrazione delle nascite in questo paese è un fatto assai opinabile, perciò i bambini di strada insieme ai genitori spesso perdono anche l’identità. Ma è normale, ci sono cose più gravi . Ogni giorno al mio risveglio lo ritrovavo davanti alla mia capanna ad attendermi, gli occhi pieni di sonno, mi seguiva in lunghi viaggi fra la sua gente, con me mangiava, aveva qualcuno che gli dedicasse del tempo, delle attenzioni. E le posate? Ogni giorno un rito. Dovevano sembrargli un misterioso tesoro. “Magia” , diceva , muovendole contro il sole. E poi subito nella sua borsa, un sacchetto porta spazzolino rimediato per l’occorrenza. Era innamorato del mio pantalone con tasconi, mi ripeteva in continuazione che era suo. Fu una gioia grandissima quando glielo donai, ma una tristezza immensa quando lo salutai. Ho scelto di venire in questa terra per cercare un nome e una voce, il nome e la voce di quei bambini che fanno i grandi numeri della fame. Lui come tanti altri. Ho letto e riletto e mi torna ossessivo nella mente: 40.000 bambini muoiono ogni giorno nel mondo per fame. Un terzo di questi bambini muore nella sua terra, l’Africa. Solo cifre, solo numeri. Per ogni bambino morto dopo una frazione di secondo il pensiero va altrove, la vergogna è rimandata a un altro giorno. Altri numeri. Altri impegni per ora. Ho creduto che quei numeri fossero piccole vite, ciascuna diversa, ciascuna insostituibile. Ho pensato che per ogni numero vi fossero sogni, desideri, banalità. Ho sognato che ogni numero avesse voce e si raccontasse, che fermasse il mio pensiero e costringesse la mia vergogna li, su quella miseria e su quella ricchezza, su quella vita. Persone, mi sono detto, sono persone. E a quelle persone, a quei bambini, ho desiderato dare un piccolo diritto, che avessero voce, che mi dicessero su quale nome va messa l’ennesima croce di questa giornata, su quale sogno sorvolerà la mia vergogna. E ho scelto la Tanzania, pensando di conoscere, insieme a quelle della fame, le mostruosità della sete. Le ho conosciute. La Tanzania è una lunga strada di sabbia rossa, un’unica strada che porta da una fame all’altra, da una disperazione alla successiva. Ho pensato a questi villaggi per tanto tempo e ricordo una grande paura. La paura di questo mondo abbandonato che poi ho conosciuto, la paura di scoprire quanto questo abbandono folle, consapevole, fosse anche mio. E poi avevo paura di incontrare i suoi mille amici, piccoli sfrontati bambini che si ostinano a vivere e che sono vivi malgrado la fame, malgrado la sete. Vivi ancora per un giorno. Quale singolare legame hanno loro con la morte. Stretto fra i denti il loro occasionale pezzo di pane, un sorso d’acqua nera, l’acqua sporca dei pozzi, e loro vivono, testardi e accaniti, contando i fratellini morti e ridendo perchè sono ancora vivi. A volte penso che mi è tutto chiaro. Sono bambini mancati, pieni di lacrime, di fame, bambini vecchi. Nei miei sogni, mi piacerebbe fargli mille regali, mille promesse. Mi piacerebbe raccontargli che 40.000 bambini oggi non moriranno. Non posso farlo, per un patto di sincerità, sarebbe una bugia pietosa, lasciargli credere che a quei bambini gli è stata restituita l’infanzia. Non posso farlo. Però un regalo , ho voluto offrirlo. Stò cercando di portare le loro storie nell’unico posto in cui si debba raccontare, nelle scuole. Ho chiesto a tanti altri bambini, quelli del mio paese, di guardare. Una sala grande, un televisore. Dentro bambini neri, con un nome, una vita, una storia, due occhi sgranati. E’ stato magico. I bambini hanno ragioni del cuore che gli adulti non ricordano più. E per questo che proprio ai bambini ho voluto consegnare una speranza, né bianca, né nera, una speranza bambina. Credo che nessun regalo valga l’emozione di Luisa. E’ una bambina di 10 anni, gli occhi castani, allegri. Mi guarda seria. Poi , si emoziona. Mi chiede se potrà mai conoscerli. “ sono bambini coraggiosi”, mi dice, “ I più coraggiosi che io conosca”. Lui è un po’ più nero di me, io sono un po’ meno coraggiosa di lui. Credo che dovreste portarli via. Ogni bambino va tutelato. Parlano cosi i bambini italiani, conoscono la parola diritto, sanno anche che ciascun uomo, ciascun bambino, va tutelato. Ma le cose vanno poi diversamente . “ Di quale diritto vuoi parlare a quei bambini perduti in capo al mondo, con le pance gonfie di fame? Non è possibile, loro sono figli di quella terra, e quella terra che dobbiamo cercare di trasformare e far ritornare “Madre “. Si, sono bambini coraggiosi. Va insegnato loro a piangere ogni volta che vorranno. Io ho la loro mano nel cuore. Tanti bambini, tante storie, una diversa dall’altra, ma tutte con un comune denominatore: la fame e la sete. E brutto conoscere molti morti, e molti vivi che stanno morendo. Un posto per morire è la casa di accoglienza “il villaggio della speranza” , il ricovero dei bambini orfani e malati di HIV, dei tubercolotici, dei lebbrosi, dei ciechi. Poche costruzioni bianche in un piccolo villaggio. A quattro zampe mi vengono incontro dei lebbrosi, la lebbra ha mangiato le mani, i piedi. Poi un pozzo dove ci sono bambini che non vanno a scuola, l’unico gioco che conoscono è andare a prendere l’acqua. Ogni posto si annusa la puzza della morte. Negli stessi ospedali, vanno per morire. Arrivano da lontano, camminano per giorni e, poi, si consegnano ai volontari, confidando in medicine che non hanno, in cure che non sono in grado di offrire. E muoiono, muoiono di tubercolosi, di fame, di sete, di malaria. Lungo i corridoi una puzza che prende alla gola, puzza di fogna, di morte. Nei pronto soccorsi, un lavandino nero di sangue mai lavato, due letti senza lenzuola, il ferro arrugginito, i materassi lerci. Si arriva qui con la disperazione di chi va al patibolo. Le donne portano i loro figli come a un sacrificio, li assistono senza lacrime e senza speranza. E molto triste tutto questo. Vorrei che tutto ciò fosse visto con gli occhi di un bambino, perché i bambini sanno ancora emozionarsi, hanno ancora l’istinto di chiedere perché. Ma purtroppo non hanno la possibilità e la forza di dare una risposta. E cercare di risolvere il problema. Perché i problemi li risolviamo noi grandi. A volte noi grandi ci preoccupiamo solo di mettere pace nella nostra coscienza. “ facciamo un pacco di viveri e vestiti e lo spediamo in Tanzania”, trovo ignobile che ci si voglia sentire buoni a fare della carità; orribile che a qualcuno qui sia data la possibilità di decidere , ogni tanto, quando capita di ricordarsene, della vita e della morte di un altro. Io questo potere non lo voglio. Dobbiamo pensare ad aiuti intelligenti, perché da mangiare e da bere siano in grado di provvedere da soli. Purtroppo il mondo è fatto male. Non siamo uguali, non lo saremo mai se continueremo ad affidarci solo ai sentimenti. Quante strane parole ci raccontiamo sulla loro pelle. Tolleranza, solidarietà e quant’altro. Dette col cuore certamente, spesso vuote. A volte immagino di essere al loro posto. Mi farebbe comodo un po di solidarietà, mi permetterebbe di vivere ancora qualche giorno. Ma perché, mi chiederei a un certo punto, io devo sperare di sopravvivere, sperare nell’aiuto di qualcun altro? Grazie dell’interessamento, ma è ingiusto? Chi mi da una mano a strappare le radici di questa ingiustizia?Dell’altrui tolleranza, poi, mi sentirei offeso. Gente che discute se accettarmi o meno. E perché, chi sono loro, chi gli ha consegnato il diritto di decidere chi ha il diritto ad abitare questo mondo e come? Esisto, urlerei loro, questo è il mio mondo, anche il vostro, ma non solo il vostro. Della vostra carità, del vostro interessamento, della vostra liberalità, non so che fare. Non cambiano il mondo, lo lasciano cosi com’è. Chiediamo rispetto per la loro povertà. Che nessuno provi mai a consolarla senza restare con loro, mani che tirano insieme e comune voglia di giustizia. Costruiamo e cerchiamo tutto ciò che possa dar loro un futuro. Il pozzo. Sorgente di acqua. La possibilità di bere, coltivare, allevare. L’unico pozzo a 120 km a nord- ovest. Il mio viaggio verso questa sorgente sembrò interminabile. Ci spostavamo all’interno di questa striscia di terra, su un furgone scoperto carico di taniche e bidoni per la raccolta di acqua. Arrivati al pozzo, l’acqua c’è, ma non è buona. E’ sporca, puzza. Riempiamo comunque le taniche, al villaggio hanno sete. La berranno in ogni caso. Ho incontrato diverse persone per strada. Una donna con una mano sul seno e l’altra a tamponare la bocca. La sete inaridisce le labbra, poi le spacca. Questa donna succhia il sangue,per imbrogliare la sete, la tanica in equilibrio sulla testa, il collo incassato nelle spalle. Quest’ acqua è solo veleno. Consola per un attimo le labbra e la gola, rode le viscere per sempre. Questa donna ogni giorno parte dal villaggio in cerca di acqua. Arriva al pozzo, riempie la tanica e torna al villaggio. Ogni giorno, più volte al giorno, per non morire. Riprendiamo il viaggio, intanto le soste si moltiplicano per distribuire il bene prezioso. Ai bordi della strada, sfere verdi, piccole, grandi, di forme varie. Alcune le vedo in equilibrio sulla testa di bambini che vanno ai pozzi. Quest’acqua per loro è oro, in queste zone non piove mai. Decine di migliaia di bambini, donne, uomini, vecchi, stringono trai i denti una vita sempre più in fuga. A vagare da un pozzo all’altro, alla ricerca di un sorso di vita, troviamo sempre e solo donne, soprattutto bambine. Ho incontrato una bambina che parte ogni mattina all’alba dal suo villaggio con il fratellino sulle spalle avvolto in miseri stracci e una grande tanica di acqua in testa. Cammina sola, con lo sguardo perso nel vuoto. Ci fermiamo, le diamo da bere e l’accompagniamo al pozzo più vicino. Uno slargo, una pozzanghera di acqua nera., tutt’ intorno gente disperata e una miriade di bambini. Ciascuno con la propria tanica. Vengono al pozzo a cercare vita, si aspetta il proprio turno per quest’oro che si chiama acqua. Spero che il tempo della pioggia arriverà presto. Il destino delle bambine in questo posto è una condanna. Non che sia facile per nessuno vivere qui. Tocca a loro la cura della casa, sono loro ad occuparsi dei fratelli più piccoli, sempre loro cucinano, lavano i panni. Ancora loro vanno a prendere l’acqua. Un po serve, un po schiave, a trent’anni sono vecchie , malate. Continuano a pestare cocco, nelle pentole nere, inginocchiate su due gambe magrissime, con le mani di vecchie, consumate di fatica. Potrei continuare a raccontare ma mi accorgo solo ora che sono gia tre pagine. Che noia. Ma purtroppo i ricordi e le immagini si trasformano in parole, frasi, pagine. Ma ti assicuro che prima di partire mi dissero: “ vai ritornerai più ricco, padre di tanti bambini.” E cosi è stato. Oggi sulla parete del mio studio ci sono venti, trenta quaranta volti che gridano un nome, una storia. Bambini che non sanno piangere, ma ridere forte. Bambini con occhi stanchi, che hanno visto ogni cosa, che hanno imparato ad ingoiare la paura, con cento rughe sul cuore. Bambini che devono avere la forza di rifiutare l’elemosina, anche quella offerta col sorriso sulle labbra. Costruire , sognare un futuro. Contro tutto e tutti, contro chiunque vorrà negarglielo ed offrirgliene uno precotto. Dovranno urlare. Questo è il mio augurio. Da quest’altra parte del mondo troveranno sicuramente dei nemici, ma anche tanti amici. Io , tu ed altri speriamo di essere fra loro. Ora omai è notte. Ti lascio , spero di sentirti presto. Roberto
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